Ruined by design, Mike Monteiro [1/19]

Ruined by design, Mike Monteiro [Biblioteca Amnesia]

Ruined by design. How designers destroyed the world, and what we can do to fix it di Mike Monteiro è un pamphlet e una chiamata all’azione per i designer del mondo digitale.


Diviso in due parti – una fortemente critica e arrabbiata, una costruttiva e propositiva – il saggio di Mike Monteiro (@monteiro) si inserisce nel recente filone di riflessione – sempre più pressante e consapevole – sul mondo del digitale e delle sue responsabilità verso le persone e la società.

A partire dal primo capitolo Moving fast and braking things il giudizio sulla mitologia fondativa e sulla narrazione agiografica dei protagonisti della Silicon Valley è esplicito e duro, così come l’attacco ad aziende quali Twitter, Uber, Facebook, altre della Gig economy o Volkswagen polemico e argomentato.

Ruined by design, dedica [Biblioteca Amnesia]
#dedicatoa—Ruined by design. La dedica di Mike Monteiro a Bathiyar Duyask “che per 11 gloriosi minuti, nel 2017, ha disattivato l’account Twitter di Trump”

Giuramenti, codici e licenze

Il primo problema che M. affronta è quello della responsabilità (etica) del designer come professionista. Tema che, nella cultura italiana ha visto autori come Albe Steiner o movimenti come la Grafica di pubblica utilità già attivi a partire dagli anni ’50/70.
Il parallelo proposto è quello con il Giuramento di Ippocrate che ogni medico è tenuto a fare per praticare la medicina. I designer, invece, pur avendo un fortissimo impatto sulla vita delle persone, non sono tenuti ad avere una licenza per svolgere la propria professione, non hanno un codice etico vincolante, né conseguenze o sanzioni rispetto a comportamenti non etici. Non sono, cioè, responsabili delle conseguenze del loro lavoro.

I was once called a fascist for suggesting that designers should have a code of ethics. It should freak you out the gangsters can agree on a code of behavior but designers can’t. Crime is more organized than design. [pp. 18-19]

L’altra significativa questione è distinguere tra ciò che è etico e ciò che è legale, come nel caso dell’uso dei dati personali fatto dai social media che, fino al varo della normativa europea GDPR era legale, pur essendo profondamente non etico.
Ciò che è tecnicamente legale, non è pressoché mai etico!

Il velo di ignoranza

Tra i riferimenti e gli autori che M. cita, un ruolo centrale spetta a John Rawls che, nel libro A theory of Justice, introduce il concetto di veil of ignorance.
Monteiro suggerisce di adottarlo come criterio di valutazione dell’operato del designer:

It’s very simple: when designing something, imagine that your relationship to that system gets determines after you’ve made it. [p. 48]

L’invito, infatti, non è solo ad avere un approccio orientato alle persone o empatico, ma di pensare che, l’utente, siamo noi. Altrimenti, siamo complici dei danni che ciò che contribuiamo a progettare, causa all’ecosistema in cui viviamo.

Il mito della creatività

Altro tema caldo è la formazione del designer, che non può più essere – solo – orientata alla creatività, al portfolio e fondata nella cultura artistica.

Capire i modelli di business, essere capaci di condurre una ricerca, misurare e analizzare i dati e i risultati, scrivere una mail di presentazione, un contratto o una fattura, essere in grado di mostrare e discutere il proprio lavoro sono aspetti in cui i programmi formativi sono carenti, ma fondamentali nella pratica lavorativa.

Creativity can’t be the cornerstone a design foundation anymore. We need to teach students responsibilities of their craft, and it needs to be done at the foundational level. We need to value  the consequences of our actions more than the cleverness of our ideas. Design is not about expressing yourself. Design is not about following your dream. Design is not about becoming creative. Design is about keeping people from doing terrible things to other people. [pp. 61,63]

Se la formazione deve essere ripensata alla luce di queste esigenze, anche il mondo del lavoro deve cambiare prospettiva. Anziché cercare unicorni, sociopatici, ninja e rockstar per perpetuare il mito del genio solitario – bianco, giovane e maschio – tipico di Silicon Valley, dovrebbero orientarsi verso il modello collaborativo di una squadra sportiva. Anche perché, il ruolo del designer non è più così definito e univoco: chiunque abbia modo di influenzare le decisioni che portano allo sviluppo di un prodotto o di un servizio – sviluppatori, project manager, consulenti legali etc – sta, di fatto, progettando. Ciò che, ancora, distingue il progettista è lintenzione e la responsabilità che assume in questo agire intenzionale.

The big pictures vs. pixel perfect

Altro mito da sfatare, secondo M., è che il ruolo del (visual) designer sia quello di allineare pixel in maniera impeccabile ed estetica, ovvero la dimensione operativa della pratica progettuale. Al contrario, si tratta di allineare persone, budget, relazioni, di prendere decisioni sulle tempistiche, sui costi e sulle ricadute, di riappropriarsi di un ruolo concettuale ed ideativo in grado di vedere prima la big picture e solo poi, la scala del dettaglio.

Penso che questo sia il punto critico più importante di tutto il libro. Uno dei problemi ricorrenti nel mondo del design – in particolare grafica, digital e art direction – è la difficoltà di sedersi ai tavoli decisionali e non rimanere relegati in un ruolo subalterno rispetto ad altri protagonisti. Dagli account e PM che vanno al posto del designer a ricevere brief e specifiche del cliente, per tornare poi in ufficio e dare indicazioni tipo: “vogliono il sito blu”, agli Ux designer che passano wireframe chiedendo di “colorare nei margini” e riempire i box, come fossero album di figurine… 😉
Come ci ricorda M., il problema spesso siamo noi: innamorati di una parte della nostra professione, ma riluttanti ad abbracciarla nella completezza della sua responsabilità.

Individui, comunità, associazioni

La responsabilità individuale all’interno del proprio ruolo e posto di lavoro non può più essere usata come una scusa. “Lo faccio io –male, in maniera non etica – tanto qualcuno che glielo fa – peggio, gratis – lo trovano comunque” o “dove lavoro non posso fare diversamente” e “poi al massimo faccio qualcosa pro-bono” non sono posizioni accettabili secondo M. Grazie anche all’esempio di persone che sono riuscite con le loro scelte e la loro fermezza a trascinare gli altri e a cambiare dall’interno le –discutibili – scelte delle aziende dove lavoravano, sappiamo che è possibile far sentire la propria voce.

In questo senso, pur criticando aspramente il modello campus di molte aziende – a partire da Facebook – M. (ci) ricorda che siamo una community professionale, non solo di interessi e opportunità, e, come tale, possiamo/dobbiamo muoverci per poter incidere eticamente sul mondo.

Infine l’associazionismo professionale, ovvero le organizzazioni come AIGA (nel caso italiano AIAP) o IxDA e le aspettative – come designer – e il ruolo svolto rispetto al mondo lavorativo reale: M. sottolinea l’esperienza che molte delle persone che lavorano nel digitale fanno quotidianamente, divise tra due mondi, senza appartenere a nessuno, loro malgrado:

As I transitioned from graphic design to […] web design, I started wondering how much of what the AIGA was doing even applied to me. I was still a designer […] but the AIGA seemed to behave as if the web didn’t exist. […] The AIGA dug their own grave of irrelevance by ignoring Ux designers that were part of their community.

The IxDA was started in 2005 to serve the needs of interaction designers. Unfortunately […] AIGA saw web designers as tech people, and the IxDA saw us as graphic people. [pp.181-182]

 

Ruined by design. How designers destroyed the world, and whath we can do to fix it. Book Cover Ruined by design. How designers destroyed the world, and whath we can do to fix it.
Mike Monteiro
Saggio
Mule Design
2019
A stampa
221
Inglese
9781090532084

Indice

Forward
Intro
The Ethics of design

How design destroyed the world

  • Moving fast and breaking things
  • Ayn Rand was a dick
  • From Bauhaus to courthouse
  • Alle the white boys in the room

What can we do to fix it

  • Choosing where to work
  • How to set up for success
  • Oh, the monsters we'll kill
  • Persuading people is easy
  • When to throw your body on the gears

You can't go it alone

  • The case for community
  • The case for professional organizations
  • The case for licensing & regulation

Conclusion
Further reading
Anknolegments
Endnotes
Index